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"Quando il convenzionale diventa transgenico (e viceversa)"

  - Mi è stato più volte segnalato un articolo che gira molto in rete e di cui avevo già parlato tempo fa.
Il testo inizia in questo modo:

E’ mai possibile che la diffusione pressoché «epidemica» della celiachia, cioè dell’assoluta intolleranza al glutine che può innescare anche gravi patologie conseguenti, possa essere dovuta ad una modificazione genetica approntata sul frumento? (...) Ma ora, grazie all’intuizione di uno scienziato di esperienza pluridecennale in campo medico, pare possa arricchirsi di ulteriori dettagli, chiarendosi all’opinione pubblica.

Lo scienziato in questione è Luciano Pecchiai (qui le sue pubblicazioni scientifiche su PubMed, l'ultima risalente al 1978), già primario patologo emerito dell'Ospedale dei Bambini "Vittore Buzzi" di Milano dal 1959 e padre fondatore dell'Eubiotica, che definisce come:

Scienza che studia la vita, la Medicina Naturale, fondata innanzitutto su un’alimentazione naturale e su uno stile di vita in sintonia con la natura, impegnata nella ricerca di ciò che è “buono per la vita” di un individuo, in tutte le sue manifestazioni fisiologiche, al fine di proporre uno stile di vita più rispettoso della persona nella sua unicità di corpo, psiche e spirito.

Tralasciando la definizione un po' fumosa e la questione celiachia di cui ho già avuto modo di parlare, vorrei sottolineare come tutta l'argomentazione si basi su un errore storico. Pecchiai infatti afferma:

E’ ben noto che il frumento del passato era ad alto fusto cosicché facilmente allettava, cioè si piegava verso terra all’azione del vento e della pioggia. Per ovviare a questo inconveniente, in questi ultimi decenni il frumento è stato quindi per così dire “nanizzato” attraverso una modificazione genetica.

E' verissimo che il frumento del passato presentasse questa caratteristica sconveniente, ma è sbagliato dire che solo negli ultimi decenni ci sia stata questa "nanizzazione". Già agli inizi del 1900, infatti, Nazareno Strampelli, uno dei padri della genetica agraria italiana, portò avanti un lungo progetto di miglioramento genetico dei grani, attraverso il quale ottenne anche varietà a taglia bassa che poi ebbero enorme successo in Italia e non solo (è grazie a lui che Mussolini potè vincere la sua "battaglia del grano").
Questo errore rischia, però, di avvalorare la tesi, piuttosto diffusa, secondo cui è proprio il processo di nanizzazione, in realtà tutt'altro che recente, ad essere il probabile responsabile della modifica della gliadina e quindi dell'aumento della celiachia, quasi fossero solo le tecniche moderne a creare modifiche genetiche. In questo modo il colpevole non è la modifica del singolo gene , ma proprio la tecnica in sé (in particolare la mutagenesi), anche se usata ormai da quasi un secolo e attraverso la quale è stato sviluppato il Creso nel 1974, grano da cui origina gran parte della pasta che mangiamo.
Poco più avanti l'autore dell'articolo si domanda:

E se la celiachia fosse il risultato di decenni di ripetuti e differenti interventi sulle varietà di grano che sta alla base Nazareno Strampelli in un riadettamento cinematograficodella maggior parte del cibo che mangiamo?

Questa domanda tende ad associare implicitamente l'agricoltura "di una volta" con la bontà, la salute e la genuicità quasi si contrapponessero a tecnologie più moderne, come la mutagenesi effettuata con raggi X, giudicata intrinsecamente pericolosa o, quantomeno, misteriosa.

E se si fosse detto che l'incrocio "classico" tra varietà con diverse provenienze e caratteristiche potrebbe aver provocato/inasprito la celiachia?

Questo sarebbe ovviamente da dimostrare, ma smonterebbe di colpo il mai-crollato dogma secondo cui le tecniche "tradizionali" sono benigne per definizione e in armonia con la natura.


Spesso noto che in articoli di questo genere si insiste sul termine "modificazione genetica" come se fosse un processo specifico delle moderne tecnologie e non riguardasse, per esempio, la domesticazione delle piante o i risultati ottenuti dallo stesso Strampelli (e anche da tutti coloro che sono venuti prima di lui). Queste parole, ripetute negli anni, hanno sempre più convinto il lettore a pensare che con le tecniche moderne si modifichi qualcosa, si trasformi e magari si distrugga una presunta "naturalità" dei prodotti, mentre le tecniche "tradizionali" agiscano in maniera diversa, attraverso "la Natura che fa il suo lavoro", nonostante sia evidente che anche in quel caso le differenze fenotipiche (ovvero i caratteri qualitativi) derivino da modifiche genetiche. Questa credenza non è così peregrina, e per verificarlo basta vedere quante sono le persone che credono che solo gli OGM abbiano i geni.
Generalmente, poi, a queste tecniche moderne di modifica genetica (es. mutagenesi) si associano, erroneamente, anche gli OGM. Erroneamente, perché va ricordato, infatti, che per la legge un OGM è qualsiasi organismo, diverso dall'essere umano, modificato con tecniche di ingegneria genetica. Dunque, complice un acronimo ("organismo geneticamente modificato") tutt'altro che chiarificatore, è facile intendere che un grano modicato per mutagenesi come il Creso sia un OGM, anche se non è così. Associare il Creso agli OGM rinforza, però, il messaggio principale: le moderne tecnologie, dove l'ingegneria genetica ne costituisce l'essenza, provocano modifiche genetiche che a loro volta possono essere dannose per l'uomo, mentre le tecniche naturali, che mutano nel tempo attraverso meccanismi differenti (ignoti e un po' esoterici), non sono provocati da modifiche genetiche e sono guidati dalla mano sapiente della natura.
Non sempre questo è il messaggio principale. A volte Creso e la mutagenesi non sono associati agli OGM, bensì agli incroci e alle altre tecniche "naturali". Qualcuno probabilmente ricorderà le reazioni alle dichiarazioni (confusionarie) dell'allora ministro Clini, commentate, ad esempio,
qui. Ecco,in quel caso ci si affrettò a dire che la mutagenesi e gli incroci non avevano nulla a che fare con gli OGM! Perché dire che la mutagenesi era paragonabile alle tecniche moderne (e quindi agli OGM) significava distruggere qull'idea bucolica dei prodotti tipici italiani nati non dalla tecnologia, ma da un non meglio precisato mutuo rapporto tra contadini e terra. Gran parte dei prodotti moderni, infatti, compresi quelli considerati tipici e locali, non sono OGM, ma sono stati modificati in maniera profonda e sostanziale.

Concludendo l'ingegneria genetica andrebbe giudicata, senza pregiudizi, per quello che, di fatto, è: una tecnica di modifica genetica più precisa e efficace delle precedenti. Una tecnica non poi così diversa da quelle, come incroci e mutagenesi, che ci hanno permesso di vincere le nostre battaglie evolutive in passato e rendere la nostra cucina famosa in tutto il mondo.

Federico Baglioni

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